Non volendo tornare immediatamente (per ovvi motivi!) a Mosca, quattro dei nostri stazhjory decidono di fare tappa, lungo la strada tra Piter e la capitale, nell’amena cittadina di Velikij Novgorod (Novgorod la Grande). Dopo tre ore e mezza – e 31 fermate – di elektrichka, si giunge in questa bucolica località della “vera” Russia. Con qualche difficoltà, i nostri raggiungono l’ostello dove hanno l’impressione di essere i primi occidentali a soggiornarvi. Dopo aver ottenuto indicazioni dalla gentilissima (non essendo moscovita, ndr.) dezhurnaja della reception, i quattro si avviano per le strade deserte, malinconiche, un po’ fangose, ma dopotutto affascinanti, della cittadina, alla ricerca di un luogo dove sfamarsi. In un locale del centro, con sorpresa, banchettano con pel’meny ai funghi e altre specialità della casa, spendendo quello che a Mosca solitamente pagano per il blin del locale più scrauso. Appagati e rifocillati, iniziano il giro turistico vero e proprio della città. Uno dei luoghi più interessanti che i quattro hanno avuto modo di visitare è il museo dell’architettura in legno. Immerso in un ambiente a dir poco particolare, vale a dire una specie di palude del sud-est asiatico, è raggiungibile con una “comodissima” e sobbalzante marshrutka urbana (luogo più adatto per venire a contatto con l’autentico ambiente sociale russo: una babushka ultrasettantenne addetta alla vendita di microscopici biglietti di carta di riso all’esosa cifra di 12 rubli l’uno, pescatori armati di ultratecnologiche canne dall’inconfondibile aroma di sjomga, giovani e avvenenti signorine che hanno appena scoperto l’esistenza dei tacchi a spillo, collants, e altri capitalistici accessori, e che quindi ne fanno vanto nel meno indicato dei luoghi, nel bel mezzo di una palude fangosa, appunto!, ndr.). Altra tappa immancabile della visita alla città sono le bancarelle di souvenir sotto al Cremlino. Qui, colpiti dalla modicità dei prezzi, dal fatto di essere probabilmente i primi ed ultimi turisti dell’anno, i nostri, spinti da un irrefrenabile e incontenibile bisogno capitalistico di acquisti, si avventano in massa (e una di loro in particolare, quasi a rasentare lo shopping compulsivo, al punto di dover essere invitata più volte alla ragionevolezza e alla parsimonia) su matrjoshke sbrilluccicanti, portachiavi e calamite di ogni forma e fattura, carte da gioco raffiguranti le meraviglie di questo Paese, ed ogni sorta di esca per turisti. Alla faccia dei più scaltri broker finanziari di Wall Street, i nostri, armati di un russo improbabile ma di una capacità contrattuale senza pari, al termine di interminabili negoziazioni a ribasso sui prezzi e pressioni psicologiche sulle venditrici di turno (cit. “Ah bella, non siamo mica a Mosca!”, “Cosa? 100 rubli? Do svidanija!”, “My studenty, u nas net deneg, skidka pozhalujsta!”), riescono a spuntare prezzi convenienti portando a casa un carico abnorme di cianfrusaglie. Dopo aver soddisfatto i più infimi bisogni capitalistici, i quattro fanno ritorno a Mosca convinti di tornare un giorno là dove il cibo è buono ed economico, la gente simpatica e disponibile e, soprattutto… la matrjoshka costa meno!
Andrej i Franchesko